marketing e comunicazione - Cuciverba
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Il lavoro di ufficio stampa è delicato, complesso e strategico. Necessita di grande concentrazione e di una buona dose di esperienza. Se ben fatto, però ripaga la fatica con tante soddisfazioni e ottimi risultati. In questo articolo vedremo quali caratteristiche deve avere un comunicato efficace, e quali regole è bene seguire. Ti lascio anche un "comunicato stampa esempio" che ho scritto apposta per dipanare i dubbi. Prima di andare a fondo della questione, voglio però lasciarti un paio di definizioni utili per affrontare gli step successivi. Cosa fa e perché è utile avere un ufficio stampa L'ufficio stampa può essere interno o esterno a un'azienda, a un ente, a un'associazione. Nel solo caso di un ente pubblico, la persona addetta stampa dovrà essere giornalista, cioè iscritta all'ordine professionale. L'obiettivo dell'ufficio stampa è scrivere e veicolare informazioni e notizie - relative a chi commissiona il lavoro - ai media (agenzie, quotidiani, periodici, radio, tv, testate online,...

Sono copywriter e lavoro nel settore della comunicazione, perciò quando guardo la TV presto molta attenzione anche se va in onda la réclame, che analizzo con spirito critico. Eh già, non si finisce mai di lavorare, pure nei momenti di relax. Pertanto, se mi imbatto in pubblicità inclusive per messaggi, narrazione e rappresentazione delle persone, allora sussulto sul divano o mi lascio andare in un soddisfatto "Eeeee, ma era ora!", in stile Mara Maionchi. Quanto c'è bisogno di bellezza nella comunicazione! Perciò ritengo sia importante esaltare le campagne ben fatte, che non fanno ricorso a stereotipi e cliché, usati per pigrizia e mera scorciatoia comunicativa. Spetta a noi che lavoriamo nel settore diffonderle il più possibile, spargerle come un profumo fresco nell'aria stantia e asfittica, per contaminare tutto ciò che ci circonda. Dobbiamo insomma mostrare che gli esempi positivi esistono, anche per lasciarci ispirare da essi. Per dirla come Kant, è un imperativo categorico, un dovere morale, educare i brand a guardare al di là del target bianco, abile ed eterocis. Ma anche per risparmiare loro scivoloni, errori di comunicazione e le conseguenti "shitstorm" sui social. Non siamo più negli anni Cinquanta, il mondo è cambiato. E poi di pubblicità sessiste e cariche di cliché ne abbiamo pieni occhi e orecchie. Chi come me è degli anni Ottanta, dal tubo catodico ha mangiato pane e stereotipi senza nemmeno accorgersene. E ha fatto indigestione.   [caption id="attachment_16192" align="aligncenter" width="300"] L'esempio di uno spot che ha generato un dibattito accesso su sfruttamento del lavoro, classismo e infantilizzazione del lavoratore.[/caption]   Tutto questo preambolo per dire che ho riflettuto su cosa potessi fare nel mio piccolo, come comunicatrice presente sui social. Così ho creato una rubrica Instagram che ho chiamato, ispirandomi alla comunicazione sociale della pubblicità progresso, #PubblicitàEProgressi. In realtà il nome lo ha deciso la mia community, rispondendo a un sondaggio...

«Non si può più dire niente!»: quante volte ti sarà capitato di sentire questa frase? Di recente, nel nostro Paese si parla sempre più di linguaggio inclusivo ma, ahimè, in risposta si sente pure gridare contro la scure del "politicamente corretto", se così si può definire. Ci tengo a chiarire che l'inclusione non c'entra con la censura, c'entra invece con l'ascolto, il dialogo e le richieste di rappresentazione. Non si vuole censurare nulla. Ogni persona è libera di dire ciò che vuole, l'importante è che non offenda. Il "politicamente corretto", infatti, lo ritengo sinonimo di rispetto, non di censura ipocrita da parte di persone moraliste benpensanti, come accadeva nella musica o in tv nei decenni scorsi. Messaggio che invece intende far passare chi è contro il linguaggio inclusivo, agitando lo spettro della cancel culture solo per difendere lo status quo e, di conseguenza, ridicolizzare chi chiede di utilizzare parole più rispettose. Tornando all'oggi, se le persone nere, vittime di razzismo sistemico, chiedono che non si usi la "parola con la N" (ne*ro/a), perché rimanda a brutte pagine della storia (colonialismo, schiavitù,...

Se creare la brand identity altrui è un lavoro complesso e richiede studio, cura ed empatia, definire la propria lo è ancor di più. Almeno per me, che per indole sono riservata e dunque fatico a promuovere me stessa. In questo blog post ti racconto come è nata l'identità di Cuciverba, ovvero la mia in veste di professionista. Una volta stabiliti il mio target e i servizi, emersi i valori e la personalità della mia attività, dovevo concretizzare la mia brand identity, in primis con naming e payoff, che fanno parte della verbal identity assieme ai testi e al tono di voce. Avrei potuto anche mantenere il mio nome e cognome perché non poche persone del mio stesso mestiere compiono questa scelta. Più identità di così, in effetti! Ma il mio cognome - ho riflettuto poi - quasi mai è di immediata comprensione e, spesso, devo fare lo spelling: «G come Genova, H di hotel, I di Imola, S di Savona, I di Imola». Un po' una solfa! Mi è capitato più volte, negli anni, di ricevere una mail, dopo il contatto telefonico, con scritto: all'attenzione di Silvia TISI (santo cielo!), BISI (risi e bisi qui in Veneto sono un piatto della tradizione), e via dicendo con altre involontarie storpiature che nemmeno Emilio Fede con i cognomi. Allora decisi di occuparmi del naming, e che cavolo sono una copywriter! E non mi toccherà nemmeno fare lo spelling, vuoi mettere? Ah, che sollievo. Però non è stato proprio come bere un bicchiere d'acqua: ci ho messo circa due mesi tra naming e payoff.   Cosa significa il naming per me Il naming mi fa andare fuori di testa, in tutti i sensi: mi esalta il suo processo creativo che mi risucchia cervello ed energie. Non riesco a mettere in pausa i neuroni quando sto facendo naming: continuano a frullarmi parole e...

Eccomi al primo blog post  - che emozione! - in cui spiego perché aprire un blog (beh dai, sono coerente). E lo scrivo nel 2021. Se hai idea che i blog siano superati, parte del passato, forse è il momento di ricrederti. Qui di seguito ti elenco i motivi principali per cui dovresti aprire e curare il tuo blog. Ci siamo: partenza, via! Anzi no, prima ti faccio una premessa necessaria: per un'azienda, o una persona in libera professione, o un'associazione è bene aprire il proprio blog solo se è di qualità. Mi spiego meglio: data la mole immensa di articoli che popolano il web, non c'è bisogno di contenuti scadenti, né di post scritti solo per riempire quello spazio virtuale "perché mi hanno detto che va fatto". Ecco, è forse un po' duro da dire e da leggere, ma - credimi - è meglio di no. Mi spiace anche dirti che i risultati non arrivano subito, quindi non devi avere fretta. Il blog, infatti, è un investimento a lungo termine. Va alimentarlo con costanza, pensando e studiando un piano editoriale ad hoc e dai contenuti interessanti. Chiarita e assodata la questione, procedo affrontando i motivi per cui spiego perché aprire un blog. Cos'è un blog? Forse non devo dare per scontato che tu sappia cos'è. Quello che stai leggendo ora è un post, cioè un articolo di un blog, in questo caso del mio "Cuciverblog". È uno spazio online personale o aziendale. Nel mio caso è un mix: essendo libera professionista scrivo per promuovere me stessa e il mio lavoro di copywriter. Un blog si compone di articoli, di solito organizzati in ordine cronologico, che possono contenere immagini e foto, infografiche, video, podcast, link e possono pure ospitare i commenti di chi legge. La parola "blog" deriva dalla contrazione di web log (diario di bordo della rete)...

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