marketing e comunicazione - Cuciverba
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«Non si può più dire niente!»: quante volte ti sarà capitato di sentire questa frase? Di recente, nel nostro Paese si parla sempre più di linguaggio inclusivo ma, ahimè, in risposta si sente pure gridare contro la scure del "politicamente corretto", se così si può definire. Ci tengo a chiarire che l'inclusione non c'entra con la censura, c'entra invece con l'ascolto, il dialogo e le richieste di rappresentazione. Non si vuole censurare nulla. Ogni persona è libera di dire ciò che vuole, l'importante è che non offenda. Il "politicamente corretto", infatti, lo ritengo sinonimo di rispetto, non di censura ipocrita da parte di persone moraliste benpensanti, come accadeva nella musica o in tv nei decenni scorsi. Messaggio che invece intende far passare chi è contro il linguaggio inclusivo, agitando lo spettro della cancel culture solo per difendere lo status quo e, di conseguenza, ridicolizzare chi chiede di utilizzare parole più rispettose. Tornando all'oggi, se le persone nere, vittime di razzismo sistemico, chiedono che non si usi la "parola con la N" (ne*ro/a), perché rimanda a brutte pagine della storia (colonialismo, schiavitù,...

Se creare la brand identity altrui è un lavoro complesso e richiede studio, cura ed empatia, definire la propria lo è ancor di più. Almeno per me, che per indole sono riservata e dunque fatico a promuovere me stessa. In questo blog post ti racconto come è nata l'identità di Cuciverba, ovvero la mia in veste di professionista. Una volta stabiliti il mio target e i servizi, emersi i valori e la personalità della mia attività, dovevo concretizzare la mia brand identity, in primis con naming e payoff, che fanno parte della verbal identity assieme ai testi e al tono di voce. Avrei potuto anche mantenere il mio nome e cognome perché non poche persone del mio stesso mestiere compiono questa scelta. Più identità di così, in effetti! Ma il mio cognome - ho riflettuto poi - quasi mai è di immediata comprensione e, spesso, devo fare lo spelling: «G come Genova, H di hotel, I di Imola, S di Savona, I di Imola». Un po' una solfa! Mi è capitato più volte, negli anni, di ricevere una mail, dopo il contatto telefonico, con scritto: all'attenzione di Silvia TISI (santo cielo!), BISI (risi e bisi qui in Veneto sono un piatto della tradizione), e via dicendo con altre involontarie storpiature che nemmeno Emilio Fede con i cognomi. Allora decisi di occuparmi del naming, e che cavolo sono una copywriter! E non mi toccherà nemmeno fare lo spelling, vuoi mettere? Ah, che sollievo. Però non è stato proprio come bere un bicchiere d'acqua: ci ho messo circa due mesi tra naming e payoff.   Cosa significa il naming per me Il naming mi fa andare fuori di testa, in tutti i sensi: mi esalta il suo processo creativo che mi risucchia cervello ed energie. Non riesco a mettere in pausa i neuroni quando sto facendo naming: continuano a frullarmi parole e...

Eccomi al primo blog post  - che emozione! - in cui spiego perché aprire un blog (beh dai, sono coerente). Sì, esatto, lo scrivo nel 2021. Se hai idea che i blog siano superati e parte del passato forse è il momento di ricrederti. Qui di seguito ti elenco i motivi principali per cui dovresti averlo. Ci siamo: partenza, via! Anzi no, prima ti faccio una premessa necessaria: per un'azienda, una persona libera professionista, un'associazione è bene aprire il proprio blog ma solo se è di qualità. Non c'è bisogno di contenuti scadenti perché ne è già piena la rete, oppure di post scritti solo per riempire quello spazio virtuale "perché mi hanno detto che va fatto". Ecco, questo proprio no. Mi spiace solo dirti che i risultati non arrivano subito, quindi non devi avere fretta. È un investimento a lungo termine. Il blog va alimentarlo con costanza, pensando e studiando un piano editoriale ad hoc, dai contenuti interessanti. Chiarita e assodata la questione, procedo affrontando i motivi per cui consiglio, a chi ne ha bisogno, di aprire un blog. Cos'è un blog? Forse non devo dare per scontato che tu sappia cos'è. Quello che stai leggendo ora è un post, cioè un articolo di un blog, in questo caso del mio "Cuciverblog". È uno spazio online personale o aziendale. Nel mio caso è un mix: essendo libera professionista scrivo per promuovere me stessa e il mio lavoro di copywriter. Un blog si compone di articoli, di solito organizzati in ordine cronologico, che possono contenere immagini e foto, infografiche, video, podcast, link e possono pure ospitare i commenti di chi legge. La parola "blog" deriva dalla contrazione di web log (diario di bordo della rete) e nasce nel 1997 dal blogger americano Jorn Barger, che l'ha coniata. Ma è già nel 1994 che l'universitario Justin Hall crea il...

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